gettone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

back

 

 

 

 

Se dico gettone

Se dico gettone, penso al telefono, al colore, al seme, al metallo. Se dico gettone, penso di parlarti, di giocare, di crescere e di andare in giro per la città. Penso al bianco e nero e ai colori accesi, alla paura di perdere e alla conquista ancora sfocata. Penso di andare controcorrente, contro ogni scuola o pensiero obbligato. Vivo il presente, ascolto il passato e disegno il futuro. Perché con i miei progetti mi piace rischiare, sperimentare e raccontare storie.

"Per i molti sensi che la parola può avere di gettone per il telefono (e cioè chiave per comunicare), di gettone per il gioco (e cioè con un valore che varia da un minimo a un massimo) e di gettone come pollone, germoglio ecc.". Così scrive Elio Vittorini a Italo Calvino in una lettera del 1951, parlando della collana “I gettoni” della casa editrice Einaudi, che nata nel ’33, era un mix di rigore intellettuale, istanza democratica e avversione verso il regime fascista.  Il progetto di questa collana, che ebbe vita breve dal ’51 al ’58, era quello di essere sperimentale e innovativo, presentando giovanissimi scrittori alle prime armi ma dal talento manifesto. Una collana antiaccademica e antitradizionale, eterogenea e vicina alle esperienze del quotidiano, dove storie e idee erano racchiuse da una copertina sobria e semplice. E con un direttore editoriale, Vittorini per l’appunto, che aiutava i giovani narratori in un’operazione maieutica, correggendo, modificando e migliorando i testi con la sua matita rossa e blu.

Se dico gettone, quindi, voglio migliorarmi, provare cose nuove e dare forma alle mie idee. Gettare il seme verso terre lontane e vedere se, chissà dove e chissà quando, crescerà.